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Le piccozze da ghiaccio

Le piccozze da ghiaccio


Cascata Chantriaux, Briançon. (R. Olliveri)
L’alpinismo è una disciplina dove gli exploit sono strettamente legati con l’evoluzione dei materiali. La fantasia e la preparazione fisica dell’atleta che scopre e sale per primo una linea sono alla base del progresso tecnico e dell’esplorazione; ma che legame esiste tra una nuova salita e l’attrezzatura utilizzata? È nato prima l’uovo o la gallina?…o meglio viene creato uno strumento per raggiungere un determinato obiettivo o l’obiettivo viene deciso sulla base degli strumenti a disposizione? Nella storia del nostro sport entrambe queste due tendenze si sono più volte alternate, allargando sul piano mentale e fisico le possibilità offerte agli scalatori che hanno avuto la bravura di inventare qualcosa di nuovo. Ma l’alpinismo lo si inventa? D’altra parte una linea di roccia o una cascata di ghiaccio sono da sempre esistite, sono semplicemente rimaste in attesa che qualcuno le vedesse, le scoprisse qualcuno capace di sfruttare nuovi materiali e nuove tecniche…

Il ghiaccio è forse l’attività dove questo progresso è oggi più attivo. La creazione di attrezzi sempre più estremi e tecnologici è andata a pari passo con lo sviluppo di una nuova tecnica di progressione e di exploit un tempo inimmaginabili. Nella piolet-traction si è arrivati al punto di affrontare pendenze sempre più estreme utilizzando le dragonne; si è visto in seguito che una gestualità più ampia permetteva salite ancora più estreme ma, eliminando le dragonne era necessario rivoluzionare le impugnature ma rivoluzionando le impugnature…questo è un ciclo continuo che speriamo, per il bene del nostro sport, non finisca mai.


Cascata Chantriaux, Briançon. (R. Olliveri)

  • Becca I

Sbattuta, tirata, torta, agganciata e limata! È la parte più critica dell’attrezzo perché deve garantire al contempo la resistenza necessaria per sopportare questi maltrattamenti e un’alta penetrazione pur senza spaccare il ghiaccio circostante. È quindi difficile da parte del produttore trovare il giusto compromesso nello spessore della lama in base all’uso cui è destinata. È così che distinguiamo tre modelli differenti. Le becche da misto sono più corte e hanno uno spessore maggiore per resistere meglio in torsione e al contatto con la roccia. Ovviamente su ghiaccio si prestano solamente agli agganci in buchi già preparati in quanto tendono a rompere più che a penetrare. Le becche da cascata sono invece più fini con un profilo più basso, sono però più delicate e richiedono particolare attenzione in estrazione e su roccia. Infine troviamo le tubolari, studiate per superfici compatte o neve e ghiaccio di goulotte.
La forma a banana può essere più o meno accentuata. È studiata in funzione dell’angolo di battuta su ghiaccio in modo che impatti contemporaneamente tutto il filo della lama.
In generale si possono distinguere due “filosofie” costruttive. Alcuni produttori puntano sulla resistenza. Le loro lame sono forgiate a caldo, tecnologia che permette l’orientamento delle fibre del metallo nella direzione delle sollecitazioni maggiori. Le becche hanno quindi un filo che taglia il ghiaccio, i primo dente è più lungo ed ha un’inclinazione che agevola l’aggancio. Le altre aziende invece adottano lo stampaggio o la pressofusione, ottenendo becche più sottili con una punta a uncino che penetra nel ghiaccio. Si hanno così attrezzi più dolci col ghiaccio, capaci di “spaccare” meno ma assai più delicati soprattutto sulla roccia o in torsione.

  • Bilanciamento

La distribuzione del peso di una piccozza è una caratteristica fondamentale per definirne il carattere. Influisce direttamente sulla forza e sul movimento che effettuiamo in battuta. Si sfrutta infatti il principio della massa battente dei martelli. Il movimento rotatorio fornisce alla testa un’inerzia tale per cui riesce a rompere il ghiaccio. Le piccozze specifiche per il Dry-tooling, lavorando soprattutto in aggancio, risentono meno di questa esigenza, inoltre sono fondamentalmente più leggere per una maggiore precisione e per stancare meno gli avambracci.

  • Impugnatura


Piccozza da ghiaccio con manico piatto (Arch. Guide Alpine Piemonte)
Oltre all’ergonomia, fattore molto soggettivo, ma necessario per poter agevolmente eliminare le dragonne, un aspetto importante da valutare è il comportamento dell’attrezzo durante i cambi mano. Soprattutto nel dry-tooling, dove si ha spesso a che fare con agganci al limite, è importante che, alzando l’impugnatura lungo il manico l’attrezzo non tenda a ruotare con conseguenti variazioni dell’angolo di contatto della becca. Per raggiungere questo risultato occorre fare un semplice ragionamento geometrico. Immaginiamo di creare un ideale triangolo che abbia per vertice il punto di contatto con ghiaccio o roccia e come base l’impugnatura principale. Perché la piccozza sia stabile la seconda impugnatura dovrà essere il più possibile all’interno della superficie del triangolo e la forza applicata nella medesima direzione.
Tornando all’aspetto ergonomico alcuni modelli offrono la possibilità di personalizzare l’impugnatura attraverso grilletti mobili o con spessori che modificano l’altezza del manico. Sovente nelle piccozze da Dry si vedono grilletti piazzati molto in alto lungo il manico per guadagnare qualche utile centimetro nei movimenti più estremi.
Ormai tutti i modelli sono dotati di utili proteggi urti, essenziali nei cambi di pendenza o con ghiaccio a cavolfiori.

  • Manico

dopo la becca il manico è la parte più delicata dell’attrezzo. È infatti soggetto a urti e torsioni ma gli unici limiti a una struttura resistente sono dati dal peso. Curvo per evitare gli urti contro cavolfiori o nei cambi di pendenza è generalmente metallico, tuttavia alcuni modelli sono realizzati in fibra di carbonio.

  • Penetrazione

La penetrazione deve al contempo essere precisa e delicata, pur permettendo una facile estrazione. L’ideale, ovviamente, sarebbe una lama infrangibile e il più possibile sottile.

  • Dragonne


Piccozza da ghiaccio con dragonne (Arch. Guide Alpine Piemonte)
Con le dragonne o senza dragonne? La risposta è immediata anche senza parlare di etica sportiva o simili. Basta analizzare l’evoluzione dei materiali e delle tecniche. le impugnature sono tali per cui un sostegno non è più necessario e la praticità di gesti quali il cambio mano o l’accoppio è lampante, anche sul facile. Quante volte ci è capitato piantando una vite di essere ghisati e non poter scrollare perché legati con quei fastidiosi laccioli, o di dover compiere un traverso e non aver spazio per piantare lateralmente la piccozza? Certo su cascate di più tiri o in montagna è necessario essere vincolati all’attrezzo per evitare di incorrere in “fastidiose” situazioni quando per errore si lascia cadere l'attrezzo.

  • Becca II

ormai la maggior parte delle becche sono ottimizzate per gli agganci, tuttavia, anche solo in seguito alla naturale usura, può esser necessario dover intervenire con la lima per non dover sempre comprare nuove lame. Ecco alcuni consigli:

  1. MAI utilizzare una mola per evitare di compromettere i delicati trattamenti termici del metallo ma una lima piatta e una tonda;
  2. Modificare i denti a dente di squalo, cioè renderli a sezione triangolare per migliorare l’estrazione;
  3. Per le picche da ghiaccio ridurre l’angolo del filo per un ingresso più delicato, attenzione però che si rende la lama più fragile;
  4. Per migliorare gli agganci su roccia e ghiaccio nelle becche con un primo dente piatto può essere utile ricavare con la lima tonda un ulteriore incavo subito dietro il filo;